AMICIZIA
09.05.24
Bologna, Galleria Forni
Notturni, interni, paesaggi, sono interpretati da una tavolozza trasversale a tutti i soggetti, prevalentemente di colori freddi. Delicati toni azzurrati, tenui sfumature della gamma dei viola ma anche qualche tocco di un caldo rosso pompeiano pigmentano una materia in taluni casi densa e consistente. Olio, tempera, acrilico si alternano - e a volte si compenetrano - sulla tela, talvolta intonacata, per dare vita ad una matericità di superficie che racconta, nel profondo, un pensiero di spessore.
Un velo di malinconica inquietudine sembra posarsi su ogni tela, indipendentemente dal soggetto rappresentato che diventa, di fatto, un pretesto per esprimere stati d’animo e atmosfere impalpabili di un vissuto assolutamente personale.
Una trentina di lavori saranno esposti e raccolti nel catalogo della mostra, introdotto da un testo di Alessandro Riva e da una testimonianza del fraterno amico pittore e scrittore Enrico Lombardi.
Alessandro Riva introduce il suo testo rievocando i primi contatti con il lavoro di Gattelli:
“(…) Era il 1992 quando, in un articolo pubblicato su Arte e intitolato Per un nuovo realismo magico, scrissi pubblicamente per la prima volta di Stefano Gattelli (…) A riguardarle oggi, quelle opere sembrano contenere già (…) il nucleo di tutta la sua pittura successiva: la ricerca di un’immagine capace di conservare la memoria di un luogo proprio mentre quel luogo comincia a rarefarsi e a scomparire; il tentativo di afferrare non tanto ciò che si vede, quanto la nostalgia, lo struggimento indicibile e inconoscibile se non per accenni, enigmi e allusioni, di ciò che sopravvive della visione, quando la presenza che l’aveva generata si è ormai sottratta allo sguardo. (…)
E così continua:
“(…) Questi dipinti non restituiscono i luoghi come sono stati visti e vissuti, ma come hanno continuato a esistere, nella memoria e nell’anima dell’artista, dopo la visione, liberati dai particolari contingenti e sospesi in una temporalità che non coincide più né con il presente né con il passato. (…) Sono immagini recuperate sul filo del sogno, quando il sogno è già quasi dimenticato, svanito nel limbo di tutti i sogni e di tutte le speranze remote e dimenticate dell’umanità e ne rimane solo un tono sottile, una luce trasparente e mutevole, un sentimento difficile, forse impossibile da nominare. La memoria razionale ne ha perduto i contorni; la pittura, invece, misteriosamente, li ritrova. Non li ricostruisce con esattezza, perché l’esattezza li renderebbe stonati, letteralmente “fuori tono”: li lascia invece affiorare lentamente, nella forma rarefatta e preziosa di qualcosa che riconosciamo senza sapere più dove, né quando, lo abbiamo visto, sentito, vissuto.”
Significativo il testo di Enrico Lombradi, del quale riportiamo uno stralcio “(…) Le opere di Stefano Gattelli in generale, ma quelle più recenti in particolare, sono piene di ‘grazia’. (…) Potremmo pensare questa ‘grazia’ come il combinato disposto di una serie di fattori che, agendo insieme, in modo polifonico e perfettamente organizzato, producono questa straordinaria impressione di armonica bellezza: la ricerca spasmodica di un grande equilibrio fra composizione e costruzione; la scelta di un cromatismo estremo che trasforma ogni tinta in un tono esausto e liminare; l’etica, ossessiva, di un’esecuzione portata alle estreme conseguenze, a cui è affidato il compito di consegnare al ‘mondo’ un’opera perfettamente conchiusa, le cui potenzialità siano state interamente esplorate ed espresse; la scelta di soggetti della memoria vissuta, a volte anche apparentemente insignificanti, che riappaiono dopo essere passati al setaccio della forma, al segreto filtro decantatore della prassi pittorica che ci lascia il fantasma evanescente di ciò che un giorno forse è stato reale: la sua impronta appena appena leggibile. (…)”
del quale riportiamo uno stralcio: “(…) Le opere di Stefano Gattelli in generale, ma quelle più recenti in particolare, sono piene di ‘grazia’. (…) Potremmo pensare questa ‘grazia’ come il combinato disposto di una serie di fattori che, agendo insieme, in modo polifonico e perfettamente organizzato, producono questa straordinaria impressione di armonica bellezza: la ricerca spasmodica di un grande equilibrio fra composizione e costruzione; la scelta di un cromatismo estremo che trasforma ogni tinta in un tono esausto e liminare; l’etica, ossessiva, di un’esecuzione portata alle estreme conseguenze, a cui è affidato il compito di consegnare al ‘mondo’ un’opera perfettamente conchiusa, le cui potenzialità siano state interamente esplorate ed espresse; la scelta di soggetti della memoria vissuta, a volte anche apparentemente insignificanti, che riappaiono dopo essere passati al setaccio della forma, al segreto filtro decantatore della prassi pittorica che ci lascia il fantasma evanescente di ciò che un giorno forse è stato reale: la sua impronta appena appena leggibile. (…)”
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