Vitali Lorenzo

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Lorenzo Vitali nasce nel 1953 a Milano, dove vive e lavora.

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Con queste parole l’autore presenta il suo più recente ciclo fotografico dal titolo “They have gone”:
Questo lavoro nasce dal mio personale desiderio di approfondire il rapporto emotivo-affettivo che mi lega da tempo al paesaggio del Veneto Orientale, più specificatamente quello del basso Piave, caratterizzato, fra l’altro, dalla presenza di un particolare tipo di architettura, quello delle cosiddette case coloniche, che ne costituiscono parte fondamentale ed integrante. La loro presenza, ad un osservatore attento, non passa inosservata, purchè si scelga di percorrere le provinciali a bassa velocità o, meglio ancora, quando ci si inoltri nella viabilità secondaria.
E’ stato necessario spendere una certa quantità di tempo ed eseguire un’attenta ricerca sulle mappe prima di trasferirsi sul campo per poter poi, una volta sul posto, approcciare il soggetto con la giusta prospettiva e nelle adeguate condizioni di luce, nonché disponendo dell’attrezzatura fotografica più idonea. Altrettanto indispensabile è stato svolgere preventivamente una serie di approfondimenti del contesto storico geografico del tema in questione.
Da queste premesse appare chiaro come l’intento finale non fosse quindi quello di organizzare poi il materiale che avrei acquisito con un fine documentale, operazione che l’abbondanza del materiale fotografico raccolto avrebbe anche potuto consentire, ma di trarre da esso quegli spunti emozionali, che erano lo scopo principale che mi aveva spinto ad intraprendere questo viaggio.
Il contesto storico-geografico
Le progressive bonifiche di questi territori, attuate via via con maggiore intensità ed efficacia nell’ultimo ventennio del XIX secolo e poi nella prima metà del XX secolo, crearono la possibilità di ampliare notevolmente le aree destinate all’agricoltura. I Consorzi di Bonifica qui sorti, così come accaduto in altre zone del Veneto e d’Italia, ne sono un’evidente testimonianza.
La casa colonica, che si diffuse come modello costruttivo in queste zone prevalentemente fra il 1880 e il 1935, aveva la funzione di fornire un’abitazione adiacente al posto di lavoro ai braccianti che lavoravano la terra con i contratti di mezzadria. Queste strutture sorgevano generalmente abbastanza isolate in ciascuna delle numerose proprietà terriere. Tuttavia già verso la fine degli anni ’50 del ‘900 il processo di industrializzazione, lo sviluppo turistico verso il mare e la meccanizzazione delle lavorazioni agricole ridussero progressivamente il numero di braccianti necessari alle attività agricole. Nel 1964 venne definitivamente abolita in Italia la mezzadria. L’alluvione del 1966 inoltre dimostrò che il fiume non era ancora del tutto sotto controllo.
Tutto ciò determinò, in tempi piuttosto rapidi, cambiamenti profondi a livello sociale e lavorativo con forte spinta all’inurbamento di una quota importante della popolazione. Pertanto queste grandi strutture vennero, da un giorno all’altro si potrebbe dire, abbandonate ed ora rimangono solo come testimonianze importanti di una precisa fase storica: la loro demolizione avrebbe un costo elevato e purtroppo quindi il loro destino, in assenza di, al momento non previsti interventi conservativi, sembra essere il lento degrado.
Se ne sono andati
Lo sguardo di un viaggiatore, che volesse calarsi nella suggestiva atmosfera del basso Piave, verrebbe dopo non molti kilometri catturato dalla presenza discreta, nel paesaggio, di insoliti imponenti edifici integrati con inattesa materica naturalezza nelle campagne. Si tratta delle cosiddette case coloniche. Ciò finisce per creare nella sua mente, via via che in questi luoghi va inoltrandosi, giorno dopo giorno, una sorta di sensazione di appuntamento atteso. Ho vissuto questa esperienza in modo emotivamente intenso, che esulava da intenti documentali.
Quel che ho cercato di raccontare, “illustrando” ed inserendo quindi una forte componente interpretativa, è una storia, una delle tante storie nascoste in queste zone di confine fra terra e acqua. Da osservatore stupito e curioso, quale io mi sono sentito in tutto questo lento percorso di scoperta, ho tentato di restituire nuova vita a questo paesaggio apparentemente “dimenticato”, utilizzando a volte anche la mia immaginazione, ma provando più spesso a coglierne la ritrosa poeticità, che ho voluto tentare di far emergere. Vite passate s’intuiscono all’interno ed intorno a questi monumenti di una realtà contadina, ormai estinta. Dinosauri di pietra marcano il territorio, quasi un monito a non scordare chi qui ha gioito, sofferto e lavorato duramente e operosamente. Ho realizzato quindi immagini che si potrebbero definire vivaci, in cui tuttavia la patina del tempo mantiene una sua discreta inconfondibile presenza.

A dicembre 2024 Gold Winner ai Budapest International Photo Awards

A novembre 2024 “They have gone” è stato esposto a Roma Arte in Nuvola per Galleria Forni.
Nel marzo 2024 è stato Silver Winner in Fine Art Architecture ai MUSE Photography Award. Nel gennaio 2024 è stato Gold Winner in Fine Art Landscape ai Tokyo International Photo Awards. Nel 2023 è stato Silver Winner al New York Photography Awards.
E’ stato pubblicato nel 2023 su l’Oeil de la Photographie e su The Pictorial List e nel 2024 su Dodho Magazine. A giugno 2024 è stato pubblicato sul numero 37 di OPENEYE.

Lorenzo Vitali collabora con la Galleria Forni dal 2024.

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Leggi l’articolo pubblicato da The Pictoria-list

Leggi l’articolo pubblicato da L’Oeil de la Photographie

Leggi l’articolo pubblicato a febbraio 2025 da ThePictorialist

 

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